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Maratea. Al centro
la Chiesa di S. Maria Maggiore
SECONDA FASE DELL'ESPANSIONE URBANISTICA - Nel corso dei secoli XV e XVI la fisionomia urbana di Maratea diventa sempre più cittadina, arricchendosi di vicoli e piccole piazze, nel quadro di una più marcata e visibile distinzione dei nuclei architettonici che la compongono, a seconda della loro importanza. La città si raccoglie attorno alla Chiesa di Santa Maria Maggiore ed alla sua piazza a pianta triangolare. Gli edifici diventano più imponenti e impreziositi da splendidi portali e logge superiori. Sul finire del XVI secolo vengono edificate tre torri civiche. Diventate l'emblema della città, esse vengono raffigurate nello stemma cittadino sormontate da un'aquila imperiale, a voler sottolineare lo status di Città Regia di cui gode Maratea, sostituendo così la vecchia insegna cittadina che riproduceva una sirena sdraiata sul lido.



Obelisco della Madonna
dell'Addolorata
TERZA FASE DI ESPANSIONE - La terza fase di espansione si snoda nel corso del secolo XVII, seguendo uno schema più razionale che in passato. L'abitato di Maratea si arricchisce di nuove chiese ed edifici importanti, viene attraversato da strade dritte e pianeggianti. Tra queste via Cavour assume il ruolo di arteria principale; su di essa si affacciano le chiese in stile barocco dell'Addolorata, dell'Annunziata e dell'Immacolata, di fronte alle quali si ergono l'obelisco della Vergine Maria e la colonna di San Biagio.

Sul finire del XVII secolo, il venir meno del pericolo rappresentato dalle incursioni dei pirati rende possibile un utilizzo migliore del territorio, favorendo così la nascita di altri nuclei abitativi sulla costa oltreché nell'entroterra. Questo processo di riappropriazione del circondario si conclude intorno al XVIII secolo.
Chi comincia ad esplorare la costa di Maratea venendo da Nord trova Acquafredda, il cui abitato fa perno sull'impianto ecclesiatico che lo caratterizza. Procedendo oltre si possono visitare Cersuta, costituito da abitazioni sparse, e Fiumicello, situato alla foce dell'omonimo fiume, protagonista in tempi recenti di un consistente sviluppo. Segue Maratea Porto, piccola ed antica comunità di pescatori, unico centro propriamente situato sul mare ed importante snodo dei traffici via mare per i prodotti agricoli dell'interno verso Salerno e Napoli. Sulla parte più meridionale della costa si può ammirare Castrocucco, caratterizzata dallo spostamento in pianura del centro medioevale attiguo al castello omonimo.
Nell'interno sorgono i due centri più importanti: Brefaro e Massa, costituiti da casali e masserie agricole. S.Caterina, sulle pendici del Monte S.Biagio, e i Molini, sulla direttrice di Trecchina, formano, ancora oggi, poco più di un insieme di case sparse. Il nucleo di Marina, infine, si svilupperà solo dopo la realizzazione della ferrovia.


ECONOMIA E SOCIETÀ DEL '700 - Nel corso del XVIII secolo il Regno di Napoli è retto prima dagli Aragonesi, poi dagli Asburgo e quindi, nel 1734, dai Borboni, che conserveranno il potere fino all'Unità d'Italia, fatti salvi i brevi intermezzi della Repubblica Partenopea (1799) e del Governo Napoleonico (1806-1815).
Il Re Carlo III di Spagna, subito dopo essere salito al trono di Napoli, decide di viaggiare per le terre del suo regno allo scopo di ottenerne una conoscenza diretta. Quando arriva in Basilicata, rimane particolarmente impressionato dalle condizioni di notevole povertà e desolazione in cui versa gran parte della popolazione.
E così il 19 aprile 1735, per ordine del Re, Rodrigo Maria Gaudioso, avvocato fiscale presso l'Udienza di Matera, riceve l'incarico di condurre un'indagine meticolosa sulla realtà della regione. L'anno successivo l'avvocato consegna al re una relazione intitolata "Descrizione della Provincia di Basilicata fatta per ordine di Sua Maestà", redatta sulla base dei dati forniti dalle Università della regione. In particolare, da essa risulta che Maratea è a capo, insieme a Tursi, Tricarico e Melfi, di uno dei quattro “ripartimenti” in cui sono divise le 118 comunità della Basilicata. Il ripartimento di Maratea comprende i paesi di "Miglionico, Salandra, S.Mauro, Stigliano, Cirigliano, Armento, Gorgoglione, Guardia, S.Martino, S.Chirico Raparo, Carbone, Latronico, Episcopia, Viggianello, S.Severinello, Rotonda, Pappasidero, Castelluccio, Lauria, Trecchina, Rivello, Lagonegro, Castelsaraceno, Corleto, Accettura, Oliveto, Garaguso, Calciano e Grottole”.

I fogli 231 e 232 della relazione contengono il resoconto fornito dall'Università di Maratea. Dalla lettura del documento emerge il quadro di una realtà economica e sociale depressa, fatta eccezione per i commerci, in cui i cittadini di Maratea hanno sempre dato mostra di grande abilità, nonché per il buon livello d'istruzione delle classi agiate: in Basilicata, Maratea rappresenta un esempio rarissimo di città governata da amministratori non analfabeti. Un altro dato positivo su Maratea è la presenza di un piccolo ospedale, realizzato nel 1734 per volontà di Giovanni De Lieto e situato nel palazzo omonimo.
In particolare, alcuni passi del resoconto affermano che “gli abitanti ascendono al numero di tremila e cinquecento circa", che "vi sono tre conventi di frati mendicanti”, che “i prodotti del terreno ... non sono se pochi olivi, pochi vini e pochi grani” e che “è necessitata la gente a provvedersi altrove e propriamente dai paesi delle montagne"; inoltre, “la marina è angusta riducendosi tutto il tenimento a circa 6 miglia.

Peraltro, dalla metà del secolo in poi cominciano ad emergere indicazioni di un'evoluzione economica e sociale che durerà fino agli albori del XIX secolo: al riguardo, vanno rammentati l'incremento demografico, l'insediamento di manifatture nonché la crescita urbanistica della città, di cui spicca la costruzione di edifici religiosi. In proposito il Sacco, nel suo “Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli" (1796, pagina 180 del tomo II), segnala la presenza di sette Confraternite Laicali sotto l'invocazione del Sagramento, della Vergine Addolorata, del Rosario, di Santa Maria Maggiore, di San Pietro, di San Crispino e di Porto Salvo.

Citiamo anche il Giustiniani che, nel suo “Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli" (1808, V tomo) afferma: “in questa città vi è molta negoziazione essendovi benanche un picciol porto". Il porto è dunque la risorsa fondamentale che tiene lontana Maratea ed il lagonegrese dalla situazione di grave miseria nella quale si trova il resto della Basilicata, povera di vie di comunicazione e, quindi, di scambi commerciali con Napoli e Salerno. Giustiniani sottolinea che “sebbene il territorio non è molto fertile ... nulla di meno fa del buon vino”, che la pesca è abbondante come anche le disponibilità idriche e che “vi sono molti molini ... che recano guadagno a quella popolazione” unitamente a “concerie di pelli che godevano di un'opinione”. Dichiara inoltre che “il massimo prodotto è quello dell'olio” grazie agli “speciosi oliveti” che “si coltivano con grande successo” insieme agli ortaggi ed agli agrumi.
Egli afferma inoltre che “gli abitanti sono addetti all'agricoltura, alla pastorizia, facendosi dei buoni formaggi, e hanno ancora l'industria dei bachi da seta, e di fare calze di cotone, e di filo che vendono in altri paesi della provincia”; che “In Napoli quelli che hanno le botteghe dei formaggi per lo più sono di Maratea”.
“Le donne sono molto dedite alla fatica sì della campagna, che a quella del trasporto dei generi” verso i paesi limitrofi dove andavano a fare “il negozio degli ortaggi". E qualche volta, anche nei nostri giorni, capita di vedere donne che portano sul capo “sporte” o “sacchi” di roba (fino a qualche decennio or sono, schiere formate da donne facevano la spola tra il paese e la stazione ferroviaria per assicurare il traffico di merci).
Inoltre, le donne di Maratea erano famose per la loro abilità nella lavorazione dei “libani”, ossia di corde vegetali utilizzate nelle attività legate al mare.


MARATEA TRA RIVOLUZIONE E REAZIONE - Se la situazione economica di Maratea sembra essere decisamente migliore rispetto ad un Mezzogiorno estremamente povero, dove le masse contadine rasentano il livello d'indigenza, cionondimeno era trascinata anch'essa nel gioco delle forti tensioni sociali e politiche del tempo. Il malessere della città trova sfogo nell'insurrezione del 1792 che coinvolge una vasta area della Basilicata, e che spinge più volte il popolo di Maratea a rivendicare in piazza un peso politico decisivo nell'amministrazione della città.
A Napoli, sul finire del XVIII secolo, divampa il fuoco della rivoluzione che dà vita alla Repubblica Partenopea del 1799. L'incendio rivoluzionario si propaga in Basilicata e anche la popolazione di Maratea, ribellatasi, ottiene l'instaurazione di un governo municipale repubblicano; l'evento viene festeggiato con l'innalzamento dell'albero della libertà.
I protagonisti principali della ribellione marateota (tutti classificati dalle autorità borboniche fra i rei di stato) sono l'arciprete del paese Don Giuseppe Alitti, il monaco P. Giambattista Basile del Convento dei Minori Osservanti, il frate Angelo d'Albi del Convento di S. Francesco di Paola, Gennaro Rascio in qualità di commissario repubblicano, il galantuomo Casimiro Ginnari dottore in utroque jure e, infine, il possidente Giovanbattista Ginnari.
L'esperienza repubblicana di Maratea dura però ben poco. La reazione borbonica, pressoché immediata, viene ispirata dal Vescovo di Policastro Monsignore Ludovisi e guidata dal brigante Rocco Stoduti, che imperversa nel territorio lagonegrese. l'11 febbraio 1799, i controrivoluzionari Biase Ginnari, Pietro Maria Aloise e Gaetano Siciliani abbattono l'albero della libertà; il 3 marzo Maratea è occupata dal comandante della guardia reale Oronzo Mariociello e quindi ricondotta sotto l'autorità del regno borbonico.


LA DISTRUZIONE DEL CASTELLO - L'800 comincia per Maratea con un fatto storico gravissimo: l'assedio e quindi la distruzione del Castello per mano dell'esercito napoleonico (1806): dopo quest'episodio la città superiore non sarà più in grado di risollevarsi e sarà via via abbandonata, fino a spopolarsi del tutto. La sua importanza sul piano religioso rimane comunque intatta, essendo sede del Santuario di San Biagio, Santo Patrono di Maratea.


MARATEA ALL'EPOCA DEL GOVERNO NAPOLEONICO (1806-1815) - Altra fonte importante di notizie è la “Statistica del Regno di Napoli”, voluta da Gioacchino Murat nel 1811. Da essa si viene a sapere che le concerie di pelli non sono più protagoniste come un tempo dei traffici commerciali, ed anzi si limitano a soddisfare la domanda della città.
Ribadisce invece l'importanza della produzione d'olio, in quantità ben maggiore rispetto al fabbisogno del paese, e quindi in grado di favorire commmerci con altri paesi che invece ne sono carenti. Sostiene che la produzione e la lavorazione della seta è particolarmente diffusa nel lagonegrese e che quella prodotta a Maratea “viene impiegata in reti per pescare e telette di lana"; inoltre “godono di una certa rinomanza le calze e le tele di seta che lavoransi nel Monistero delle Monache dell'Istituto Teresiano”.
Documenta pure la produzione di lino “in sufficiente quantità” e quella della canapa e del cotone che “si destina a fabbricare calze e una tela detta segantino che chiamasi cottonino”.
Attesta poi la grande notorietà “nel Regno, nel resto d'Italia, in Spagna, in Francia, Inghilterra e Germania” dei Mastri Calderari di Maratea, i quali lavorano con spiccata abilità soprattutto il rame.


Porto di Maratea
Il processo di potenziamento delle vie di comunicazione e delle strutture produttive che caratterizza l'800 non coinvolge Maratea e dintorni. La ferrovia viene costruita solo alla fine del secolo; la realizzazione della strada costiera (l'odierna S.S. 18) richiede un'attesa maggiore, che si conclude nel 1930. Il molo del porto fu costruito nel secondo dopoguerra.
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